Dopo due smargiassi blockbuster di spudorata propaganda nazionalista, tra cui il notevole 800 eroi, il regista Guan Hu propone Black Dog, un film intimista dai toni pallidi. Il protagonista è Lang, di ritorno alla sua città natale nei pressi del deserto del Gobi, dopo la sua scarcerazione. Ad attenderlo trova una città fantasma, da cui molti residenti se ne sono andati abbandonando i cani, che ora vagano randagi. In vista delle olimpiadi viene però imposta la demolizione delle case abbandonate e la cattura degli animali, per ragioni di decoro.
Reclutato tra gli accalappiacani volontari, missione che sabota più di quanto esegua, Lang finisce per empatizzare con un cane nero che si pensa affetto da rabbia. Tutto il film si regge sulle analogie tra umani e bestie, a partire proprio dall’affetto di Lang, silenzioso errabondo la cui carriera come performer è cessata dopo l’incarcerazione per omicidio, per il cane senza padrone braccato e temuto per la sua ferocia.
C’è poi il padre di Lang, alcolista e proprietario di uno zoo, che fatica a prendersi cura tanto del figlio quanto dei suoi animali. Impossibile non vedere poi l’amara ironia della sorte di questi accalappiacani, destinati a rimanere sfollati quando quel che rimane della loro città viene demolita, come parte di un programma urbanistico di modernizzazione, invitandoli a far compagnia ai cani randagi del deserto.
Black Dog è un film contemplativo, fatto di gesti più che di interazioni, in un ambiente brullo e desolato sormontato dalle montagne nere del Gobi, che le ricorrenti panoramiche e campi larghi non mancano di sottolineare. Il ritmo disteso rafforza poi quel sentore da western crepuscolare che aleggia dalla prima all’ultima inquadratura, un senso di fine ineluttabile che coincide con un ritorno alla vita. Non potrebbe forse essere altrimenti: è improbabile che la censura cinese avrebbe permesso la distribuzione di un film anche solo vagamente critico delle politiche governative.
Ne consegue la buffa passività con cui i personaggi non hanno niente da ridire mentre gli demoliscono la città sotto gli occhi.